Nella Sala del Tempio 1 si è svolto uno dei simposi più intensi e attuali del Congresso Nazionale ANMCO 2026: “Cardiogenic Shock: how to improve survival? From CS awarness to optimal management in the CICU”. Moderato dalla Prof.ssa Alaide Chieffo e dal Prof. Alessandro Sionis, l’incontro ha affrontato il tema dello shock cardiogeno in tutte le sue sfaccettature, dalla diagnosi precoce all’organizzazione delle reti assistenziali, fino alle più avanzate strategie di supporto meccanico e trattamento aritmologico. Ad aprire la sessione è stata la Dott.ssa Alice Sacco con una relazione fortemente orientata alla pratica clinica: “Early Identification of CS and Optimization of the Logistics”. Il messaggio è stato immediatamente chiaro: lo shock cardiogeno non può più essere riconosciuto solo nelle sue fasi terminali. Serve intercettarlo prima, quando il deterioramento emodinamico è ancora reversibile. Le slide hanno mostrato come la moderna gestione dello shock si basi su tre pilastri strettamente interconnessi: identificazione precoce, fenotipizzazione e stratificazione del rischio, protocolli standardizzati e reti integrate. Molto efficace il richiamo alla cosiddetta “SCAI B trap”, illustrata attraverso il caso di un paziente con cardiomiopatia ischemica e apparente stabilità emodinamica, ma già portatore di segnali di ipoperfusione come incremento dei lattati e della creatinina. Un paziente inizialmente ricoverato in reparto ordinario che, nel giro di poche ore, evolveva verso uno shock franco con necessità di trasferimento in terapia intensiva e supporto meccanico. Il concetto ribadito è stato netto: “non fidarsi della pressione arteriosa”. La fase SCAI B rappresenta infatti una finestra temporale decisiva in cui l’ipotensione può ancora essere assente, mentre il danno d’organo è già iniziato. La relatrice ha insistito sull’importanza della rivalutazione seriale. Lo shock cardiogeno è una sindrome dinamica e richiede monitoraggi frequenti, con approccio “monitor every 2 hours” nei pazienti SCAI B e “treat and reassess every 2 hours” nei SCAI C. Fondamentale il ruolo delle reti hub & spoke e degli Shock Team multidisciplinari, modello ormai imprescindibile nei centri avanzati. Particolarmente interessanti i dati dell’AltShock-2 Registry, comprendente oltre 1500 pazienti, e della Italian Cardiogenic Shock Initiative, studio osservazionale italiano che punta a standardizzare percorsi e tempistiche decisionali nello shock cardiogeno. Il Dott. Vasileios Panoulas ha quindi affrontato il tema del supporto meccanico di circolo nello STEMI complicato da shock cardiogeno e nello scompenso cardiaco avanzato. La relazione ha approfondito gli effetti biologici dei principali sistemi di assistenza ventricolare, in particolare Impella e VA-ECMO, mostrando come il supporto meccanico non rappresenti soltanto un sostegno emodinamico, ma un vero strumento di modulazione fisiopatologica del danno miocardico. Attraverso casi clinici e immagini angiografiche è stato evidenziato come, nei pazienti con STEMI anteriore e severa compromissione ventricolare, l’unloading ventricolare ottenuto con Impella possa associarsi a una riduzione del sottoslivellamento persistente del tratto ST, suggerendo un possibile beneficio in termini di limitazione del danno ischemico. Un approccio che sembra particolarmente promettente nei pazienti più giovani sottoposti a rivascolarizzazione precoce associata a supporto ventricolare. Uno degli interventi più apprezzati della sessione è stato quello del Prof. Jordi Baneras dedicato al monitoraggio e alla prevenzione delle complicanze nei pazienti sottoposti a supporto meccanico temporaneo di circolo. La relazione si è aperta con una frase destinata probabilmente a diventare uno dei messaggi simbolo del congresso: “The problem is not lack of monitoring. The problem is interpretation”. Attraverso immagini cliniche molto dirette e casi reali, il relatore ha mostrato come molte complicanze dei sistemi di assistenza meccanica siano potenzialmente prevenibili se interpretate precocemente. Il monitoraggio, ha spiegato, deve seguire quattro pilastri fondamentali. Primo: il paziente. L’esame clinico rimane centrale per valutare perfusione, congestione, stato emodinamico e trend evolutivi. Secondo: il device. Flow, RPM, consumi energetici e allarmi devono essere letti come segnali dinamici e non semplici numeri. Terzo: l’ecocardiografia, definita essenziale per comprendere causa dello shock, posizione dei device, interazioni cardiache e complicanze. Quarto: i lattati, biomarcatori chiave della perfusione sistemica e soprattutto della risposta nel tempo al supporto meccanico. Molto interessante anche la classificazione pratica proposta dal gruppo di Barcellona, che invita a riconoscere pattern clinici più che singole complicanze: problemi di flow, problemi di pressione o problemi di perfusione. Una semplificazione concettuale che punta a migliorare la rapidità decisionale nelle CICU ad alta intensità di cura. A chiudere il simposio è stato il Prof. Josef Kautzner con una relazione di grande impatto sull’ablazione transcatetere nei pazienti in shock cardiogeno supportati meccanicamente. Una frontiera altamente specialistica ma sempre più rilevante, considerando il peso delle aritmie ventricolari e delle electrical storm nel deterioramento emodinamico dei pazienti critici. Attraverso diversi scenari clinici, il relatore ha mostrato come il supporto con Impella o ECMO possa consentire procedure ablative anche in pazienti estremamente instabili. Colpisce il caso di una paziente con scompenso acuto e fibrillazione atriale refrattaria, rapidamente evoluta verso shock cardiogeno e trattata con ablazione urgente sotto supporto Impella, con successiva stabilizzazione clinica. Ugualmente impressionante il caso di electrical storm post-infarto trattato con ECMO, Impella e ablazione dei trigger ventricolari focali dopo oltre cento shock elettrici. La casistica dell’IKEM di Praga ha inoltre mostrato dati incoraggianti: ablazione efficace nella soppressione delle aritmie ventricolari focali nella grande maggioranza dei pazienti, anche in contesti di estrema instabilità clinica. Un’evoluzione che fino a pochi anni fa sarebbe stata difficilmente immaginabile. Il simposio ha restituito l’immagine di una cardiologia intensiva profondamente cambiata: sempre più multidisciplinare, tecnologica e organizzata in reti integrate. Ma soprattutto ha ricordato che, nello shock cardiogeno, il fattore decisivo resta il tempo. Tempo per riconoscere precocemente il deterioramento, tempo per attivare la rete, tempo per interpretare correttamente i segnali clinici e intervenire prima che il danno diventi irreversibile.
