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INTERVISTA AD ALICE SACCO

Alice Sacco, Responsabile dell’Unità di Cure Intensive Cardiologiche dell’Ospedale Niguarda, Milano., intervistata da Maria Laura Canale

«Sotto un radar»: lo stadio B che non è ancora in terapia intensiva

Shock cardiogeno: riconoscere la traiettoria prima del collasso

Nello shock cardiogeno la prognosi si decide nelle prime ore, quando il paziente può trovarsi ancora in una fase iniziale, ma già avviata verso un rapido deterioramento. La classificazione della Society for Cardiovascular Angiography and Interventions (SCAI) consente di identificare precocemente i pazienti in stadio B, nei quali l’instabilità emodinamica può non essere ancora evidente. Dati del registro italiano ICSI, che ha arruolato circa 1.600 pazienti in 15 centri terziari del Centro-Nord Italia, mostrano che circa il 60% di questi pazienti viene inizialmente gestito in reparti non intensivi e che uno su quattro evolve verso stadi più avanzati entro le prime 24 ore, in linea con quanto riportato dal Cardiogenic Shock Working Group. In questo contesto, lattato, funzione renale e danno renale acuto (AKI) rappresentano marcatori fondamentali non solo per la stratificazione iniziale, ma anche per un monitoraggio dinamico mediante rivalutazioni seriali, orientando tempestivamente l’escalation terapeutica, il trasferimento in centri specialistici o l’impiego del supporto meccanico al circolo.

Parallelamente, l’organizzazione della rete assistenziale riveste un ruolo determinante: le esperienze di Inova Health System, della National Cardiogenic Shock Initiative (NCSI) – con una sopravvivenza alla dimissione del 71% in 406 pazienti trattati in 80 ospedali statunitensi – e dello studio italiano ICSI dimostrano come reti hub-and-spoke, shock team dedicati e protocolli condivisi possano ridurre i ritardi decisionali e migliorare gli esiti dei pazienti con shock cardiogeno.

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Dalla casa dei cardiologi al cuore del sistema sanitario: una nuova visione per la cardiologia ospedaliera italiana

La cardiologia ospedaliera italiana è oggi chiamata a un’evoluzione sostanziale: non soltanto mantenere l’eccellenza clinica, ma assumere un ruolo guida nella prevenzione primaria e nella diffusione di una solida cultura sanitaria. L’Associazione Nazionale dei Medici Cardiologi Ospedalieri si propone come “casa” professionale e scientifica di riferimento, con l’obiettivo di rappresentare e supportare i cardiologi nell’affrontare sfide sempre più complesse: carenza di personale, sovraccarico assistenziale, pressione burocratica.

L’ambizione è ampliare l’impatto della cardiologia oltre i confini dell’ospedale, contribuendo all’aumento dell’aspettativa e della qualità di vita della popolazione attraverso strategie di prevenzione precoce, promozione degli stili di vita salutari e interventi terapeutici tempestivi nei soggetti a rischio cardiovascolare.

In questo scenario, l’investimento sui giovani professionisti assume un ruolo strategico: la formazione metodologica alla ricerca, la costruzione di una rete di oltre 200 ospedali competenti nella ricerca clinica e il loro coinvolgimento attivo negli eventi scientifici segnano una traiettoria virtuosa. Una visione che punta su un’alleanza intergenerazionale, dove l’energia delle nuove leve alimenta la crescita culturale e scientifica dell’intera comunità cardiologica.

La riflessione si apre infine sull’elettrofisiologia: si evidenzia l’urgenza di colmare il sotto-utilizzo dell’ablazione della fibrillazione atriale, nonostante le chiare indicazioni di classe I o IIa; si guarda con interesse ai nuovi sistemi di pacing sul sistema di conduzione per lo scompenso cardiaco e si rilancia il ruolo dell’elettrocardiogramma come strumento predittivo nella valutazione del rischio evolutivo. Ambiti nei quali la cardiologia ospedaliera può contribuire in modo determinante, anche attraverso studi multicentrici condotti sul territorio.